a16103 DUE MEDICI SCRITTORI

 

 Giovedì 20 aprile il nostro RC ha avuto una serata letteraria.

 

Presentati e intervistati da due giornaliste, Saveria Chemotti e Carla Menaldo, ci sono stati proposti due scrittori, entrambi medici, Giuliano Menaldo e Giovanni La Scala (sì, proprio il nostro consocio).

Si è parlato in particolare dell’ultimo libro che ciascuno dei due ha dato alle stampe: “Malaterra” di Giuliano Menaldo e “L’oro della foresta” di Giovanni La Scala. Entrambi i libri parlano di un viaggio, ma non potrebbero essere più diversi.

“Malaterra” racconta le vicende di una famiglia contadina veneta, che per fuggire da una situazione di povertà e di subalternità parte per il Brasile in cerca di fortuna, ma non avendola trovata ritorna indietro. Il romanzo è uno squarcio di vita del mondo contadino, è una riscoperta della cultura contadina, di un patrimonio che va riconosciuto e considerato. Il passato non va mai espulso dal presente. Il romanzo ha diversi livelli straticati. Racconta avvenimenti, ma anche itinerari psicologici; presenta storie di persone, ma racconta anche della vita di una comunità, del modo di essere solidali. Il mondo rurale che ci viene mostrato ha vivacità e vivezza, senza sentimentalismi.In questo mondo ci si esprime in dialetto, che è la vera lingua madre. E c’è la fatica di appartenere ad una terra; il posto natio non è uno sfondo, un paesaggio, ma è qualcosa che entra nell’intimo.

Il romanzo dà un quadro del mondo contadino molto documentato. L’autore ci ha detto l’importanza di certe documentazioni, come gli archivi parrocchiali, che permettono di far rivivere quel passato. I giovani oggi non conoscono questo mondo, ma esso è storia.

“L’oro della foresta” racconta di un gruppetto di persone che la sorte ha riunito sulle rive di un fiume dell’Amazzonia: Al, un reporter di guerra in fuga dagli orrori a cui il mestiere lo ha messo in contatto, Cecile, una giovane francese, due giovani indigene. Il gruppetto si muove, viaggia lungo il fiume come alla ricerca di un Eden, di un Eden relativo, non un paradiso perduto ma solo meno infernale del mondo da cui fuggono. Il viaggio li allontana dal mondo della modernità e li trasporta verso un mondo primitivo, come in un viaggio a ritroso nel tempo. Il viaggio nello spazio per Al si riflette in un percorso interiore alla ricerca di se stesso. Il viaggio è anche avventuroso: c’è l’esotismo della foresta; ci sono gli incontri con le popolazioni locali; ci sono i “cattivi”, i cacciatori che li vogliono fermare; c’è la malattia, per la quale si può ricorrere solo alle risorse locali, i curanderos e gli sciamani.

Nel trattare di questi ultimi l’autore, da buon medico, rivela il suo vivo interesse per la medicina tradizionale da essi praticata. E’ una medicina che può insegnarci qualcosa, se non altro il rapporto medico/paziente, che è andato un po’ perso in questo tempo di medicina tecnologica. Si tratta di curare non la malattia ma la persona, tenendo conto della sua storia, di chi è, di cosa fa, di cosa ha fatto; in base al concetto che la malattia spesso è solo espressione di altri disagi: sociali, personali, psicologici. Alla domanda sulla fiducia tra sciamano e paziente, e dello sciamano in se stesso, l’autore ha risposto: noi abbiamo perso la capacità di credere, quelle persone credono.

Fabio Sigovini