a13122 L’INCENERITORE È UTILE? CI SI PUÒ CONVIVERE?

A queste due domande, che oggi sono in molti a porsi, ha provato a rispondere, nel caminetto del 13 febbraio, il nostro amico Aulo, forte della sua pluriennale esperienza in questo campo.

Essendo stato Presidente di ATIA (Associazione Italiana Tecnici dell’Ambiente) conosce molto bene gli aspetti tecnici del problema costituito dai rifiuti e dalle tecniche per la loro eliminazione. I tecnici non sono favorevoli a priori a specifiche tecniche per affrontare il problema, ma è importante che i cittadini capiscano tecnologie, problemi e opportunità legati ai rifiuti ed al loro smaltimento.

Oggi l’uso di inceneritori è un modo conveniente di smaltire i rifiuti, ma l’idea di costruire un inceneritore suscita quasi sempre preoccupazione ed opposizione, un rifiuto istintivo più che razionalmente motivato. Molti cittadini pensano che gli inceneritori siano inquinanti, ma non tengono conto dei progressi tecnici che negli anni hanno ridotto drasticamente l’inquinamento da essi provocato. Oggi sono in funzione inceneritori in moltissime località, in Italia e all’estero, spesso all’interno delle città, e la gente convive tranquillamente con questi impianti. E’ interessante notare che dove esistono gli inceneritori la gente non ne ha paura, dove non ci sono la gente è fortemente contraria, e magari convive con le discariche e spesso con i rifiuti per strada.

In un inceneritore vi sono tre tipi di emissioni: scorie (considerate non pericolose), ceneri (elevato contenuto di diossina, rifi uto pericoloso), e fumi (macroinquinanti: polveri, acido cloridrico, ossido di carbonio, anidride solforosa, ossidi di azoto, acido fluoridrico, carbonio organico totale; microinquinanti: metalli pesanti, idrocarburi, diossine, furani). Per valutare l’impatto ambientale di un impianto si deve partire dal concetto che un impianto con emissioni zero semplicemente non esiste. Però le emissioni pericolose (ceneri e fumi) possono essere trattate convenientemente in modo che le emissioni residue siano ridotte a poca cosa. Certo i trattamenti costano. Se 50 anni fa su un costo di 100 per un inceneritore il forno costava 80 e tutto il resto costava 20, oggi su un costo di 1000 il forno costa 80 e tutto il resto costa 920. Nel tempo i movimenti ambientalisti, i cittadini stessi e le agenzie di controllo hanno costretto gli operatori a ridurre le emissioni degli inceneritori, in modo da non superare determinati limiti. Vi sono tabelle a livello europeo che indicano i valori da non superare per ogni tipo di emissione. 

A Padova un inceneritore esiste ed è in esercizio ininterrottamente dal 1962. Fu voluto da un professore dell’Università di Padova, il Prof. Balbino del Nunzio, che in qualità di assessore del Comune lo volle per produrre energia elettrica (primo in Italia e tra i primi nel mondo) con cui far andare i filobus. Molto interessante è il caso dell’inceneritore di Brescia. Nel 2011 ha bruciato 796.000 tonnellate di rifiuti, ricavando energia elettrica per 602 milioni di chilowattora e calore per 747 milioni di chilowattora. Infatti Brescia si è dotata di una rete di teleriscaldamento che porta il calore alle singole abitazioni. Così nel 2011 l’inceneritore ha prodotto elettricità pari al fabbisogno di 200.000 famiglie, e calore pari al fabbisogno di oltre 60.000 appartamenti, consentendo il risparmio di oltre 150.000 tonnellate equivalenti di petrolio e quindi evitando l’emissione in atmosfera di oltre 400.000 tonnellate di anidride carbonica. Si comprende dunque perché sia nel tempo cambiate anche la terminologia; oggi questi impianti non si defi niscono più inceneritori ma termovalorizzatori (o termoutilizzatori). L’UE oggi classifica gli impianti che operano ad elevata effi cienza energetica come impianti di recupero energetico e non più come impianti di smaltimento.

Le emissioni che destano in genere più allarme sono quelle di diossine, di particelle fini ed ultrafini, di nanoparticelle. Ma tra le fonti di inquinamento atmosferico (traffi co stradale, generazione di elettricità, manifattura di metalli, crematori, ...) i termovalorizzatori sono quella che incide di meno, addirittura meno di quello che incidono i fuochi artificiali. E si deve fare un bilancio complessivo: se un termovalorizzatore produce energia elettrica, non ci sarà bisogno di produrla in altra maniera, e si eviterà così l’inquinamento relativo. E l’incidenza è poi infinitamente minore di quanto incide il bruciare i rifiuti solidi all’aria aperta (o nel caminetto, che è la stessa cosa). La combustione all’aria aperta di rifiuti o biomassa è la più grande sorgente di emissioni di diossine. Uno studio ha stimato che bruciare all’aria aperta i rifiuti giornalieri di 20 – 40 famiglie produce emissioni comparabili a quelle di un inceneritore attrezzato con tecnologie di abbattimento ad alta effi cienza che tratti i rifi uti di circa 150.00 famiglie.

A questo punto il nostro Relatore ha espresso un parere critico sull’idea di tassare lo smaltimento dei rifiuti in base alla quantità dei medesimi, come si sente proporre da qualcuno. Infatti questo criterio di tassazione incentiverebbe lo smaltimento fai-da-te bruciando i rifi uti nel caminetto, cosa, come si è appena detto, da evitare assolutamente.

In conclusione non bisogna avere paura degli inceneritori; occorre però progettare, costruire e gestire bene. Allora potremo convivere tranquillamente con questi impianti nelle nostre città.

 

Testo: Fabio Sigovini