a14111 L’ABBATTIMENTO del QUARTIERE MEDIOEVALE di S.LUCIA

“Mirando ai fini suesposti noi crediamo doveroso segnalarvi la necessità di procedere al risanamento e alla sistemazione stradale ed edilizia dei quartieri centrali nonché alla costruzione di un nuovo quartiere-giardino entro la periferia della città”.

 

 

Questo è l’estratto di una delibera del Consiglio Comunale dell’epoca, con la quale praticamente nasce il nuovo piano regolatore di Padova. 

Dunque, il Consiglio comunale di Padova presieduto dal sindaco Giovanni Milani adotta il 28 maggio 1921 il “Piano regolatore edilizio per il risanamento e per la sistemazione di due quartieri centrali e per la costruzione di un quartiere-giardino in località “Vanzo”. 

Con la Convenzione del 28 giugno 1921, il Comune affida l’esecuzione del piano all’architetto Gino Peressutti, autore tra il 1904 e il 1906 anche del Centro “Antonianum” dei Gesuiti. Peressutti fu anche incaricato della compilazione dei progetti di massima e dei piani particolareggiati, il quale per l’attuazione dei lavori costituirà il 3 gennaio 1924, assieme a cinque soci romani, la Società Anonima Padovana Edilizia (APE) . 

L’intera sistemazione sarebbe stata portata a termine in venticinque anni. Le modalità di attuazione del piano proponevano infatti “di eseguire in un primo tempo tutte le strade del Quartiere “ Vanzo” ed ottenere la costruzione in una prima zona di un certo numero di abitazioni, poi eseguire un primo gruppo di lavori nei Quartieri centrali. Per l’esecuzione di tale parte del piano fu previsto un periodo di 13 anni. Successivamente, in relazione alle esigenze ed opportunità della vita cittadina nel mentre continuerà la espansione edificatrice nel Quartiere “Vanzo” si eseguiranno un secondo gruppo di lavori dei Quartieri centrali per il quale si prevede la durata di 5 anni, ed un terzo gruppo che richiederà un ulteriore periodo di 7 anni . 

Il piano regolatore, che venne approvato con Legge 23 luglio 1922, n. 1043, comportò una radicale modifica dell’assetto originario di Padova prevedendo, secondo modelli urbanistici ottocenteschi e la tradizione igienista, il risanamento, attraverso la demolizione e lo sventramento, degli antichi quartieri del Ghetto ebraico e di S. Lucia e l’urbanizzazione della vasta area ancora inedificata dentro la cinta muraria a sud della città nella zona di Santa Maria in Vanzo. 

 

Il progetto di sistemazione dei quartieri centrali, che interessava un’area di 110.046 metri quadrati, fu finalizzato alla realizzazione, a nord e a sud del palazzo della Ragione, di due nuovi centri principali costituiti da due vaste piazze alle quali convergono ampi rettifili, fiancheggiati da palazzi, che avrebbero “lacerato” il caratteristico tessuto medievale del centro cittadino. A nord, in prossimità della chiesa di S. Lucia venne tracciata una piazza di 120 metri di lunghezza e 60 metri di larghezza, mentre a sud di piazza delle Erbe, nel quartiere del Ghetto, fu prevista un’ altra grande piazza lunga 110 metri e larga 70 metri destinata a mercato coperto. 

In base a quanto stabilito dal piano regolatore, tale sistema di piazze e vie poté attuarsi attraverso l’espropriazione per zone e la successiva demolizione dell’esistente di cui vennero conservati solo “i migliori fabbricati” e i monumenti di importanza storica e artistica. 

I nuovi quartieri risanati avrebbero sostituito, con il pretesto di eliminare presunti obbrobri, vecchi quartieri “della peggiore specie, abitati, in indecorose promiscuità, dai bassi fondi sociali” come scrive Tullio Paoletti nella Relazione tecnica mettendo in evidenza come il piano demolendo fabbricati noti per il loro sudiciume ed in disastrose condizioni di manutenzione, avrebbe avuto lo scopo ai risanare profondamente il centro della città e di porlo in condizioni di decoro edilizio, di igiene e di perfetta viabilità, in modo da dare con esso a Padova una decisiva impronta di città sana e moderna, proseguendo quel rinnovamento che fu iniziato venti anni fa con l’apertura del Corso del Popolo. 

 

A partire dal 1925 viene distrutto il quartiere di S. Lucia, mentre il Ghetto si salvò dallo sventramento. Le polemiche contro l’abbattimento di zone dell’antica città di rilevante interesse storico-urbanistico si moltiplicarono fino a rendere Padova un caso di risonanza nazionale. Contro il piano regolatore si manifestò il dissenso di Gustavo Giovannoni e del Gruppo degli Urbanisti Romani (GUR) guidato da Luigi Piccinato in opposizione a quello elaborato, a loro dire, con arretrata mentalità urbanistica dal Comune. Il piano degli Urbanisti Romani proponeva, nel nucleo antico della città, il diradamento edilizio contro lo sventramento, mentre attorno al centro urbano stabiliva la formazione di un’ampia zona verde e di nuovi quartieri organici razionalmente distribuiti e collegati tra loro, in alternativa alla generica lottizzazione a scacchiera espansa a macchia d’olio a circondare la città, prevista dal piano di ampliamento a suo tempo adottato. Il “contropiano”, venne presentato da Piccinato e Valle nel giugno 1927 al Podestà di Padova. Francesco Giusti del Giardino, il quale cercò di evitare ogni possibile discussione in merito al progetto, respingendone quindi le proposte contenute. Infatti congedò sbrigativamente i due professionisti che recatisi successivamente al palazzo della Ragione per esporre il piano trovarono anche i carabinieri ad allontanarli .”La meravigliosa trasformazione di Padova”, come era stata definita nel 1921,con la prevista realizzazione dei quartieri centrali, fu rallentata dalla sopraggiunta crisi economica. Si arrestò nel 1927 con lo scioglimento della Società APE che lasciò interrotti i lavori e invendute vaste aree fabbricabili nel demolito quartiere di S. Lucia che verrà poi ricostruito a partire dagli anni trenta. Per porre rimedio alle fallimentari vicende urbanistiche della città e a uno sviluppo urbano disordinato e incontrollabile, il podestà Francesco Lorenzo Lonigo bandisce nel settembre 1932 un concorso nazionale per il Piano regolatore di Padova che avrebbe modificato i piani in vigore approvati nel 1922 e nel 1925. Tenendo conto delle esperienze del passato, in base al bando “dovranno essere evitate trasformazioni e sventramenti e saranno solo da promuovere allargamenti e diradamenti per risanamento igienico e sociale di località che ne avessero bisogno o per valorizzare, quando fosse esteticamente opportuno, antichi edifici di speciale importanza”. Inoltre l’intero “sistema di comunicazioni interne ed esterne dovrà essere organicamente studiato in modo da distribuire il traffico nell’interno della città secondo le moderne esigenze urbanistiche ma senza alterare il carattere storico e artistico della vecchia città quale è andato sviluppandosi fino ai giorni nostri, tenuto conto anche dei nuclei abitati alla periferia e delle principali arterie di comunicazione regionali”. Dal piano sarebbe dovuto emergere anche “la assegnazione delle varie zone fabbricabili a diverso tipo edilizio, la distribuzione delle piazze e dei giardini, la assegnazione di aree per edifici pubblici”. 

Durante l’amministrazione del podestà Guido Solitro, il Comune di Padova, con la consulenza di una commissione formata dai capigruppo dei progetti vincitori e presieduta da Marcello Piacentini, rielaborò le proposte ritenute migliori contenute nei quattro piani, che vennero integrate in un nuovo “Piano regolatore della città” approvato nel 1936, il quale, tuttavia, per formalità burocratiche e a causa dello scoppio del secondo conflitto mondiale, non sarebbe subito entrato in fase esecutiva.