a11051 LA NASCITA e L’INFANZIA nella ROMA IMPERIALE

Il relatore in questo caminetto allargato è il nostro socio Roberto Masciotti.Laureato in Ingegneria Elettrotecnica, ha svolto tutta la sua attività lavorativa nel campo dell’Informatica, prima in IBM, poi nel settore bancario. Ma quasi a bilanciare l’aspetto “moderno” del suo lavoro, i suoi personali interessi culturali si sono indirizzati alla storia antica (Roma e Bisanzio). Noi tutti abbiamo una certa conoscenza della storia di Roma antica, acquisita a scuola; ma più difficilmente abbiamo una conoscenza delle situazioni e degli stili di vita dei suoi cittadini. E’ così con molto interesse che nella scorsa annata rotariana abbiamo ascoltato Roberto Masciotti che ci illustrava alcuni aspetti della vita nella antica Roma, e con pari interesse oggi lo abbiamo ascoltato mentre ci parlava della Nascita e L’Infanzia nella Roma Imperiale. (I -II sec. d.C.)

La nascita. 

Una nascita nelle famiglie romane era un avvenimento importante; il padre orgoglioso comunicava l’evento, a cui però non aveva assistito. Il parto era infatti un affare di donne, vi operava la levatrice con eventuali aiuti (il medico, se c’era, stava dietro la levatrice). La levatrice tagliava il cordone ombelicale, lavava il neonato, lo controllava, e lo presentava al padre, mentre intanto venivano innalzate preghiere a tutte le divinità protettrici. Al collo del neonato veniva messa la “bulla”, una capsula (di oro, di metallo, di cuoio) contenente amuleti e testi di preghiere; veniva tolta ai maschi all’ingresso nell’età virile, alle femmine al momento delle nozze. 

Dopo alcuni giorni (7 per le femmine, 8 per i maschi) veniva la festa famigliare del lavaggio rituale (“dies lustricus”). Al neonato si regalavano giochi e sonagli, e la nascita veniva registrata ufficialmente. Poi, entro 30 giorni, per i cittadini romani c’era l’obbligo di farsi rilasciare il certificato di cittadinanza romana per il neonato. 

 

Abbandono, aborto, contraccezione. 

I neonati non desiderati o nati con malformazioni venivano spesso abbandonati; questa pratica, con il tempo sempre più oggetto di riprovazione, non fu mai espressamente vietata.

 

Venivano abbandonate più spesso le femmine. I neonati venivano abbandonati in posti frequentati, dove potessero essere trovati, ma la loro sorte era comunque poco invidiabile. Chi adottava un neonato abbandonato poteva trattarlo come uno schiavo.

 

I genitori naturali potevano riottenere un figlio abbandonato, ma dovevano rifondere le spese sostenute da chi lo aveva adottato. 

 

 

I giochi. 

I giochi dei bambini erano sostanzialmente quelli in uso ancora oggi. 

Abbiamo testimonianze di: bambole e pupazzi, cavallucci di legno; gioco della palla e lancio di ciottoli a rimbalzare sull’acqua; dondoli ed altalene; imitazione di mestieri (soldato, giudice, ecc); mosca cieca e tiro alla fune; salto della cavallina; gioco del cerchio; corse sui trampoli;ecc.. Diffusissimi erano i giochi con le noci, così comuni che l’espressione “nuces relinquere” stava a significare la fine dell’infanzia. 

Attrezzi comunemente usati nei giochi erano: ossa (astragali), pietre, dadi, monete (testa o croce). Il più comune era comunque la palla; una vescica piena d’aria (“follis”); imbottita di piume (“paganica”); morbida di peli o piume (“pila”); di crine (“trigonalis”). Con la palla si giocava al Campo Marzio, nei Fori, per strada, nei parchi privati, alle Terme. Si giocava a “trigon”, “harpastum” (palla avvelenata), ecc.. 

 

L’educazione. 

Nell’antica Roma l’educazione era un affare di famiglia, lo stato non organizzò mai una scuola pubblica come la intendiamo noi oggi. Questa concezione privata dell’educazione affonda le sue radici nel mondo rurale da cui si sviluppò la società romana. L’educazione veniva impartita dai genitori, oppure, per le famiglie che potevano permetterselo, da precettori privati che venivano in casa. Quando coll’andar del tempo vennero organizzate scuole pubbliche, il termine “pubbliche” stava a significare che stavano fuori dalle mura domestiche, non che fossero organizzate dallo stato. Erano comunque delle imprese private, dove il maestro era l’imprenditore. 

C’erano tre livelli di studio. 

Nel livello elementare (7 – 11 anni), tenuto da un “ludimagister”, si imparava a leggere, scrivere e far di conto. Il metodo: si basava sulla ripetizione monotona di lettura o scrittura di singole lettere, di sillabe, di frasi. 

Nel livello medio (12 – 16 anni), tenuto da un “grammaticus”, si acquisivano conoscenze grammaticali e letterarie, si studiava la lingua greca, si studiavano i poeti e scrittori più importanti. Il metodo: il maestro leggeva un testo; gli scolari ripetevano o trascrivevano; seguiva l’interpretazione letteraria e figurata; si analizzavano le questioni metriche e grammaticali; si spiegavano le allusioni mitologiche e i dettagli storici; si analizzavano i dettagli geografici e storico-culturali. 

Nel livello superiore (17 – 20 anni), tenuto da un “rhetor” e collaboratori, si studiava retorica, giurisprudenza, filosofia, matematica, medicina, musica, storia, architettura, ecc.. Il metodo: il maestro assegnava un argomento; gli allievi recitavano le loro orazioni; gli allievi dovevano evitare qualsiasi riferimento alla realtà. 

Come materiali didattici si usavano: tavolette cerate e stilo, calamo e inchiostro, “abacus” per i calcoli aritmetici. Non si usavano libri, troppo costosi; ci si basava sulla memoria. 

Il maestro aveva un prestigio sociale piuttosto basso. Era spesso uno schiavo o un liberto proveniente dall’Oriente greco. A lui spettava trovare il luogo dove impiantare la scuola. Per poter vivere aveva bisogno di almeno 25-30 allievi. Spesso arrotondava con altre attività (testamenti). 

Le vacanze si avevano durante i Saturnali (circa una settimana in dicembre) e in occasione del “Quinquatrus” (19-23 marzo). Poi c’erano vacanze concordate con i maestri in occa-sione di feste particolari o i occasione dei mercati. 

 

L’esposizione del relatore è stata accompagnata da numerose slides , alcune delle quali ri-prodotte nella presente sintesi. 

 

 

Testo: Fabio Sigovini