a14102 PADOVA: dalle Vecchie Botteghe ai Centri Commerciali

 

Giovedì 26 Marzo 

Il titolo di questa relazione enuncia emblematicamente un fenomeno sociale in atto ormai da molti anni, cioè la progressiva chiusura(forzata) dei negozi di piccole dimensioni e la loro sostituzione con grandi ipermercati e centri commerciali, diventati le cittadelle dell’acquisto preferito da parte delle famiglie. 

 

Di questo argomento ci ha parlato, nella conviviale del 26 marzo, Fernando Zilio, Presidente della Camera di Commercio di Padova. 

Innanzi tutto il Relatore ha colto l’occasione per definire il profilo della Camera di Commercio, precisandone il ruolo di “ente pubblico funzionale al territorio”. La Camera ha un Consiglio nominato dal Presidente della regione, ed il suo scopo è fornire supporto alle imprese presenti sul territorio mettendo a disposizione il suo patrimonio di informazioni; infatti tutte le imprese del territorio sono registrate nella sua grande banca dati. Un altro compito importante è quello di mediare gli accordi tra le diverse categorie economiche, che possono avere interessi divergenti a proposito di politiche economiche della Camera, che talvolta sono da sostenere o talvolta anche da avversare. Padova ha la Camera di Commercio più grande d’Italia; la sua banca dati contiene informazioni su 120.000 aziende. 

 

Dal suo punto di osservazione privilegiato, il Presidente Zilio ci ha descritto quali siano le tendenze in atto e le trasformazioni nel tessuto economico del nostro territorio. E per quel che riguarda l’oggetto della sua relazione, ovvero la scomparsa di molti piccoli negozi, non c’è dubbio che sia dovuta alla trasformazione in atto del tessuto commerciale tradizionale , e debba considerarsi come un fenomeno socio economico inarrestabile. Nella loro competizione con i grossi centri commerciali molte delle “vecchie botteghe” sono malauguratamente perdenti. 

 

Un primo motivo è il livello dei prezzi che spesso si trovano nei piccoli negozi; un grosso centro commerciale, acquistando grandi quantità di merce, può spuntare prezzi migliori presso i suoi fornitori, grazie ai volumi di vendita ben superiori. E poi con la sua organizzazione può agevolmente rifornirsi in tutto il mondo,anche in Paesi che producono a costi inferiori. A questo handicap le botteghe potrebbero rispondere puntando fortemente sulla qualità e sulla tradizione artigianale. Molto spesso i prodotti a basso costo sono anche di bassa qualità, se non addirittura pericolosi, se fabbricati in Paesi dove le norme di sicurezza non sono rispettate.

 

A tutto questo si potrebbe rispondere con il vero “made in Italy”. Ma, si è chiesto Zilio, esiste ancora il “made in Italy” ? La delocalizzazione della produzione ha messo in forse quella qualità che è sempre stata un fiore all’occhiello delle aziende italiane; infatti si osserva oggi un ritorno alla produzione in Italia da parte di aziende che, qualche decennio fa, avevano delocalizzato, in modo tale da ricostruire una filiera più controllata e sicuramente di qualità migliore. Il nostro Ospite ha poi citato l’EXPO di Milano; l’attenzione tematica che l’EXPO focalizza sull’ambiente e sull’alimentazione e su un’industria compatibile con il rispetto ambientale, deve indurre a riconsiderare il modo di produrre, affinchè la qualità non sia solo nel prodotto finale ma anche nel processo produttivo. Dopo l’EXPO, è auspicabile che il mondo dell’impresa cambi il suo comportamento rendendolo più virtuoso e più rispettoso nei confronti dell’ambiente, evitando inutili sprechi e orientandosi verso energie alternative. E’ anche responsabilità del consumatore pretendere che i prodotti siano frutto di una economia sostenibile. 

 

Le” botteghe” dunque potrebbero rispondere alla sfida puntando sulla qualità. Ma qui interviene un altro fattore che ne mette a rischio l’esistenza: il mancato ricambio generazionale. In Italia molti negozi sono a conduzione familiare. In passato era cosa comune che i figli subentrassero ai genitori e molte botteghe esistono da generazioni. Solo che il mondo è cambiato, i figli spesso non sono più disposti ad inserirsi su una strada già tracciata. E per taluni aspetti non al passo con l’evoluzione dei tempi.Il negoziante fa studiare i figli, ma poi molti di questi non vogliono continuare l’attività del genitore, scelgono di svolgere le professioni per le quali si sono preparati. Così quando i genitori invecchiano o si ritirano dall’attività lavorativa, i negozi muoiono. E con loro un pezzo di storia della nostra città. In definitiva la crisi delle botteghe non ha soluzione, la riduzione del loro numero è inevitabile. La cosa migliore è sostenere i cambiamenti necessari, governando il cambiamento piuttosto che contrastarlo con il rischio di esserne travolti.