a1113 L’ANIMA della TOGA al FEMMINILE

L’anima della toga al femminile

 

CURRICULUM PROFESSIONALE DI PAOLA RUBINI 

Ha conseguito, nel 1990, la laurea in Giurisprudenza presso l’Università di Padova. Dopo la pratica, ha sostenuto l’esame di abilitazione alla professione forense. E’ iscritta all’albo degli avvocati del Foro di Padova ed all’albo speciale degli avvocati abilitati alle Magistrature Superiori. Svolge la professione di avvocato penalista ed è collega di studio dell’avvocato Piero Longo e dell’avvocato Niccolò Ghedini. Ha fatto parte dell’Ufficio Legislativo (sezione diritto penale e processuale penale) dell’Unione delle Camere Penali Italiane dal 1996 . E’ stata responsabile per l’Unione delle Camere Penali Italiane della scuola di formazione e specializzazione forense per i distretti dell’Emilia Romagna e della Lombardia nella delicata fase di avviamento. Ha fatto parte della Commissione Ministeriale, voluta dall’allora Ministro della Giustizia Oliviero Diliberto, composta da magistrati ed avvocati con il compito di redigere il progetto di legge afferente i nuovi criteri di attribuzione della competenza al giudice monocratico e collegiale , poi sfociato nella Legge 16/12/1999 n. 479. Ha curato la pubblicazione delle tre edizioni stampate dalla casa editrice CEDAM del “Commentario costituzionale al codice di procedura penale”, di due edizioni del “Commentario costituzionale al codice penale e alle leggi di depenalizzazione” nonché di una raccolta di pareri e atti per la preparazione agli esami di avvocato, sempre per i tipi della CEDAM. E’ tutor nella materia penale e processuale penale della Scuola Forense degli Ordini professionali di Padova e Rovigo e docente della Scuola di Formazione dell’avvocato penalista patrocinata dall’Unione delle Camere Penali del Veneto. E’ attuale responsabile della Scuola Territoriale della Camera Penale di Padova per l’esercizio dell’attività di difesa nel processo penale. Infine, è stata nominata Cultore della materia penalistica presso l’Istituto di Diritto Pubblico – Seminario di Diritto Penale e Processuale Penale dell’Università degli Studi di Padova. 

 

La relatrice della serata, l’avvocato Paola Rubini, nel presentare se stessa ha affermato di avere avuto, fin da giovanissima, la ferma volontà di diventare avvocato penalista. Il raggiungimento di questo obiettivo è dipeso certamente dalla sua capacità e dalla sua determinazione, ma è stato reso possibile dai profondi mutamenti avvenuti in tempi recenti nella mentalità e nei costumi. Infatti, l’esercizio della professione forense fu prati-camente impossibile per le donne prima del XX secolo. 

Fino ad allora per la mentalità corrente era addirittura inconcepibile che una donna esercitasse questa professione (e non solo questa). Ancora nel 1926 tale Angelo Ossorio, in un suo trattatello, scriveva: “Due donne devono essere considerate dall’avvocato: la cliente e la moglie”. Evidentemente, secondo lui ,donne avvocato non dovevano esistere. Anche se nella prefazione è costretto ad ammettere: “L’avvocato non deve avere sesso: è dura ma così deve essere”.

Nei tempi passati qualche donna nel mondo del diritto vi fu, basti ricordare Eleonora d’Arborea, “giudichessa” del Giudicato d’Arborea (l’attuale Oristanese). Nata a Molins de Rei nel 1340 e morta ad Oristano nel 1404, fu l’ultima regnante indigena della Sardegna e, soprattutto, promulgò la Carta de Logu, uno dei primi esempi di costituzione del mondo.  Ma in generale le donne vennero sempre tenute lontane da certe attività, forse in accordo con l’ammonimento di Catone il Censore agli uomini: “Appena le donne avranno cominciato ad essere vostre uguali saranno vostre superiori”. Così l’avvicinamento delle donne alla professione forense fu tardiva e lenta. Nel ‘700 vi fu una donna olandese che conseguì la laurea in “utroque jure” a Pavia, ma non poté mai esercitare. Fu solo nella seconda metà dell’800 che si cominciò a parlare di donne avvocato. Fu proprio l’Italia, primo stato in Europa, a porsi il problema, anche se inizialmente si negò questa possibilità. Il codice civile del 1865 aveva introdotto per le donne coniugate l’istituto dell’autorizzazione maritale in base al quale veniva loro limitata la capacità giuridica nella gestione patrimoniale e nelle attività commerciali, condizionandone pertanto anche l’accesso alle professioni in generale.

Nel 1983 il Segretario del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Torino interpellò il Consiglio di Venezia “se fosse intervenuto il caso di una donna che domandi di essere iscritta nell’Albo degli Avvocati; come fosse stato risolto; e quale potrebbe essere l’opinione qualora si presentasse”. La risposta fu che “prima di ricusare alle donne la iscrizione all’Albo s’avrebbe dovuto impedire ad esse di prendere la laurea, di fare la pratica, e più di tutto di subire gli esami dinanzi la Corte di Appello in esito ai quali la donna verrebbe abilitata all’esercizio dell’avvocatura”. La questione fu ,comunque ,proposta al Consiglio che a maggioranza prese una deliberazione che escludeva le donne dall’esercizio della professione e sollecitava una positiva disposizione di legge a tale scopo. ...come si vede una chiusura totale. 

 

Questa querelle era nata perché Lidia Poèt di Pinerolo, prima donna laureata in giurisprudenza nel Regno d’Italia nel 1881 (e col massimo dei voti), aveva chiesto e ottenuto l’iscrizione all’Albo degli Avvocati di Torino. La Corte di Appello di Torino nel 1883 annullò la delibera di iscrizione con una motivazione, confermata dalla Corte di Cassazione, che parlava di “essere disdicevole e brutto veder le donne discendere nella forense palestra”, trovava sconveniente che la toga di avvocato si sovrapponesse ad “abbigliamenti strani e bizzarri, che non di rado la moda impone alle donne”, e ipotizzava il “pericolo gravissimo a cui rimarrebbe esposta la magistratura” fatta segno “agli strali del sospetto e della calunnia ogni qualvolta la bilancia della giustizia piegasse in favore della parte per la quale ha perorato un’avvocatessa leggiadra”. Si pensava poi che per almeno una settimana al mese, a causa del ciclo mestruale, una avvocatessa non potesse occuparsi serenamente e con piena capacità dei casi affidatile dagli ipotetici clienti. Infine, a causa dell’autorizzazione maritale, una donna sarebbe stata un patrocinatore non in possesso della totalità delle facoltà giuridiche. Il Parlamento, benché investito della questione, adottò una tattica dilatoria senza prendere posizione. In definitiva Lidia Poèt continuò a lavorare nello studio legale del fratello Enrico, rappresentò l’Italia in vari congressi giuridici nel mondo, ma non poté mai esercitare appieno la professione forense. 

 

Alcuni anni dopo anche Teresa Labriola dovette affrontare i medesimi ostacoli. Nata a Napoli nel 1873, figlia del filosofo Antonio Labriola, si laureò in giurisprudenza nel 1901, e ottenne la libera docenza in Filosofia del Diritto, prima donna all’Università di Roma. Nel 1912 presentò domanda di iscrizione all’Albo degli Avvocati, ed il Consiglio accettò la domanda con la motivazione che ad un professore universitario non si poteva negare di svolgere la professione di avvocato. Però la Corte di Appello di Roma annullò la delibera di ammissione e, nel 1913, la Corte di Cassazione confermò la decisione.  Ma i tempi stavano cambiando, e nel 1919 la legge Sacchi affermò l’ammissione delle donne a pari titolo degli uomini ad esercitare tutte le professioni ed a coprire tutti gli impieghi pubblici. Così Teresa Labriola fu tra le prime donne italiane avvocato, ed inoltre vinse una cattedra universitaria. In seguito lasciò l’avvocatura e scelse l’impegno politico.

Quanto a Padova, la situazione era simile a quella del resto dell’Italia. 

 

La prima donna ad iscriversi all’Albo dei Procuratori Legali fu Piera Dolfin nel 1935, e nel 1941 si iscrisse all’Albo degli Avvocati. Da allora esercitò l’avvocatura con successo ed impegno. Tra l’altro contribuì a fondare nel1953 il Soroptimist Club di Padova. Ciò destò una certa perplessità nella “Padova conservatrice”, perché si considerava troppo fuori dalle regole che delle signore sole si ritrovassero in ora serale presso l’Albergo Storione per discutere di politica e di problemi sociali. Ma i tempi stanno cambiando ulteriormente; oggi le laureate in giurisprudenza stanno superando i laureati. 

 

Al termine dell’applaudita relazione, il Presidente Felice Ninni, ringraziandola, ha fatto dono alla relatrice, socia del Rotary Club Padova, del gagliardetto del Club. 

 

 

Testo: F. Sigovini 

Foto. G . Callegari