a00141 Il ROTARY in ITALIA

         STORIA DEL ROTARY

 

Con questo numero del Notiziario diamo inizio alla pubblicazione, "a puntate", della relazione che Italo Gomiero ci ha tenuto lo scorso mese di novembre, in occasione di un caminetto, indimenticabile per tanti motivi, che si è tenuto nella sua residenza sui Colli Euganei.

Il titolo della relazione è stato " il Rotary in Italia".

E' noto che si sa molto poco del Rotary intorno a noi. E' altrettanto noto che gli stessi Rotariani non conoscono tante cose che riguardano il Rotary. L'informazione costante, anche se ad alcuni può sembrare ripetitiva, è necessaria per la conoscenza. Soltanto attraverso la conoscenza corretta degli eventi si può raggiungere una corretta informazione. E soltanto attraverso una giusta informazione si puòagire con coerenza, credibilità , continuità. (c.m.). 

 

Il Rotary in Italia 

 

L’Italia è stato il settimo paese d’Europa a ricevere il Rotary. Il primo Club si è costituito a Milano nel novembre del 1923. I promotori furono un ingegnere di origine irlandese, Giulio Calledon, il giornalista inglese Reginald Moonsey, corrispondente economico del Manchester Guardian, un canadese, Clarence Clark, addetto commerciale del suo governo e uno scozzese, Jean Anderson, divenuto milanese per sentimenti, da molti anni trapiantato a Milano a capo di una grossa industri a tessile. A questi quattro si unì poi un italiano, l’avvocato Achille Bossi, che ebbe una parte importantissima nel Rotary Italiano. 

All’inizio il R.C. italiano, ubicato presso il caffè Cova, in via Manzoni, contava venti Soci. Calledon, che fu il primo segretario, pensava ad un Rotary di ipo americano, cioè di impostazione democratica, invece Anderson, che fu il primo Presidente, lo volle rigidamente aristocratico, nel senso della competenza, dell’educazione e dell’influenza degli individui. Prevalse subito la tesi Anderson non solo nel Club di Milano ma anche negli altri costituitisi successivamente. 

Nel suo primo periodo di vita, dal ‘23 al ‘38, quando il Rotary si sciolse, mantenne in Italia quanto mai selettivo e rigido di ammissione, accettando solamente persone altamente qualificate o per requisiti personali o per la posizione sociale o per la qualità della professione esercitata. In ogni caso i candidati rotariani venivano sottoposti alla valutazione di una commissione nazionale, quindi con criteri di uniformità e al di sopra di eventuali pressioni e amicizie locali. Superato questo primo vaglio, e non era facile superarlo, occorreva poi al candidato conseguire l’unanimità dei soci del Club nel quale aspirava ad entrare. Questo spiega come in quel periodo, dal 23 al 38, i rotariani rimasero in numero limitato. Nel 1930 vi erano 25 Club e 100 soci; nel 38, quando si sciolse, vi erano 34 Club e 1650 soci.

Il carattere rigidamente aristocratico del Rotary lo si può rilevare scorrendo l’elenco dei dirigenti e dei soci dell’epoca: a Torino c’era il senatore Giovanni Agnelli e l’allora generale Pietro Badoglio, a Milano il senatore Mangiagalli, sindaco della Città, il sen. Crespi, della famiglia proprietaria del Corriere della Sera, il sen Puricelli, il conte Borletti, il duca Guido Visconti di Modrone, il dottor Piero Pirelli. A Verona c’era il duca Acquarone, ministro della Real Casa, e il conte Giusti del Giardino. A Vicenza il conte Gaetano Marzotto. A Venezia il conte Cini e il Conte Volpi. A Trieste il cav. Cosulich, della Società di Navigazione. 

In Italia nel 1930, c’erano poco più di u centinaio di Senatori, allora di nomina regia, di questi 34 erano rotariani e in parlamento più di 50 erano rotariani. Ma nel Rotary c’erano anche figure notevoli della cultura rotariana del tempo: l’archeologo Pericle Ducati, il grande filologo Ettore Romagnoli, nel Club di Bologna c’era Guglielmo Marconi. Nel gennaio del 1928 Re Vittorio Emanuele III accetto la nomina a Socio nel Club di Roma ed accettò anche la Presidenza dei Rotary Italiani. Anche suo figlio Umberto, allora Principe Ereditario, fu Socio Onorario del Rotary. Tutti gli otto Principi di Casa Savoia furono Soci del Rotary.

Mano a mano che il Rotary si estendeva ed apriva i suoi Club nelle città d’Italia, evidentemente la sua presenza non poté passare inosservata né sottovalutata.. Non tanto per il numero, 1500- 1600 persone su 41 milioni di cittadini, ma per il livello e la qualità dei soci. Inoltre il Rotary italiano osservava fedelmente i principi, le norme, le motivazioni del R.I., ma doveva anche commisurarli con le condizioni, le possibilità e le tradizioni della società italiana di quel tempo. Commisurarli con il potere civile e politico,Governo e Partito Fascista, coll’autorità e col prestigio della Chiesa. Doveva quindi essere preparato alle prevedibili reazioni contro un movimento nuovo insolito poco noto. Ed effettivamente, specie negli anni 28 e 29, si trovò ad avere rapporti complessi e molto difficili con la Chiesa e con il Governo di allora.

Ambienti ed esponenti cattolici guardavano con perplessità e preoccupazione al Rotary. In esso vedevano un movimento che proveniva dall’America in larga parte protestante, un movimento anche con venature calviniste, retto da un codice morale formulato in termini, volutamente o no, ma comunque generici e variamente interpretabili. Soprattutto, per molti aspetti riconducibili ai postulanti della Massoneria, della quale la Chiesa era irriducibile avversario. Si osservava inoltre che il Rotary, nella condotta dei soci, era ispirato a una norma che era al di fuori di ogni concezione religiosa. 

A cura di Italo Gomiero,