a02042 EVOLUZIONE delle FACOLTÀ MENTALI nell'ANIMALE e nell'UOMO

CONVIVIALE DEL 26 SETTEMBRE 2002

Relazione del prof. Mario Zanforlin

 

Il Presidente Nico Speranza rivolge il suo saluto ai convenuti, presenta poi il relatore della serata il professor Mario Zanforlin, etologo e docente di Psicologia degli Animali presso l’Università di Padova. L’argomento che tratterrà non è molto vicino agli argomenti a noi quotidiani, ma proprio per questo abbiamo l’interesse ed il piacere di sentire cosa ci dirà e sicuramente sarà molto interessante. È accompagnato dalla gentile consorte signora Nicoletta, che è anglo-italiana ed ha la doppia nazionalità, anche lei insegnante universitaria e concertista d’oboe. Proseguendo Nico comunica alcune notizie di segreteria che vengono riportate a parte.

Dopo la cena, affrontando il tema “L’evoluzione delle facoltà mentali nell’animale e nell’uomo” il professor Zanforlin esordisce col dire che pensa sia nota a tutti la teoria di Darwin sull’evoluzione della specie e una delle conseguenze della teoria di Dàrwin è che l’uomo fa parte di quel gruppo di animali che vengono chiamati Primati. Dal punto di vista anatomico era abbastanza facile dimostrare l’evoluzione delle specie, soprattutto con i reperti paleontologici. Quello che rimaneva un problema aperto era il dimostrare l’evoluzione delle facoltà mentali e perché l’uomo, pur essendo un membro dei primati e praticamente una scimmia, ha raggiunto un’intelligenza nettamente superiore alle scimmie ed anche a tutti gli altri animali.

Purtroppo le facoltà mentali non lasciano le tracce che lasciano gli scheletri e quindi diventa molto problematico stabilire un processo evolutivo che le riguardi. Dall’epoca di Dàrwin sono iniziati gli studi sul comportamento animale ed i processi mentali ed in particolare la capacità di ricordare ed anche, eventualmente, di risolvere problemi che è una delle definizioni di intelligenza. È necessario focalizzare alcune idee, alcuni aspetti. Mentre inizialmente si pensava che le facoltà mentali dipendessero direttamente dalla massa cerebrale, si è osservato invece che in varie specie animali, nonostante una pari massa anatomica del cervello, vi erano enormi differenze nei processi di apprendimento. Il caso più emblematico si trova negli insetti. I Ditteri (le mosche, le zanzare ecc.) sono un gruppo di animali che hanno pochissime facoltà di apprendere cose estremamente semplici. Gli Imenotteri, cioè le vespe, le api e le formiche, che come grandezza corporea e massa cerebrale sono equiparabili alle mosche, hanno sorprendenti capacità di apprendimento paragonabili ai vertebrati quali sono i cani, i gatti e i topi ratti.

La cosa si può spiegare se si nota il fatto che mentre i Ditteri non ha nno cure parentali, non accudiscono alle uova e ai figli che poi nascono, tutti gli Imenotteri hanno cure parentali, cioè accud iscono le uova, curano le larve in nidi particolari fino a che non emerge l’adulto dell’insetto. Evidentemente non può evolversi un adattamento alle cure parentali con costruzione di nido se simultaneamente non si coinvolge una capacità di localizzazione spaziale, cioè la capacità di ritornare al nido dopo essersi allontanati in cerca di cibo. Ecco quindi che quelli che sono gli adattamenti generali di tipo prettamente biologico, producono spesso conseguenza di quelle che sono le facoltà mentali degli animali. L’adattamento ai vari particolari ambienti è, in genere, funzione

delle capacità mentali e diverse capacità mentali permettono l’adattamento ad ambienti diversi.

Un altro fattore che produce processi che potenzia le capacità di apprendimento dell’animale è l’interazione sociale, cioè il processo che viene chiamato altruismo genetico. Un fenomeno che si osservava in natura era la cooperazione tra certi individui, particolarmente tra i componenti della stessa famiglia, cioè tra consanguinei, questo comportamento creava dei problemi alla teoria di Darwin sull’evoluzione che era basata sulla competizione tra individui. Una teoria, che risale agli anni 60, spiega che è vantaggioso per un individuo sacrificarsi se il suo sacrificio va a beneficare individui che sono portatori dei suoi stessi geni.

Un pulcino da due giorni di età è in grado di distinguere i compagni di gabbia da altri, pur identici a lui ma di altra covata, che vengono isolati. Questo aspetto del riconoscimento dei famigliari e dei membri del gruppo, comporta un altro fenomeno che è la gerarchia estremamente rigida nei gruppi animali. Il vantaggio biologico di formare una gerarchia è che, una volta stabilita la posizione gerarchica, non vi sono più conflitti per un periodo prolungato di tempo fino a che i giovani non crescono e non mettono in discussione il livello gerarchico dei più anziani. A livello gerarchico viene a crearsi una solidarietà chiamata anche cooperazione altruistica. Vi sono casi abbastanza comuni tra gli altri primati.

Tra i babbuini, per esempio, nei gruppi di maschi si forma una gerarchia di tre individui adulti che con la loro alleanza, cioè con il supporto reciproco nelle lotte contro i giovani che stanno crescendo e sono normalmente più forti di ciascuno degli individui della gerarchia, questi riescono a mantenere la posizione gerarchica preminente aiutandosi vicendevolmente. Nel momento in cui uno del gruppo non accorre in aiuto di un altro compagno, viene escluso dalla gerarchia e viene sostituito da un giovane più forte. La cooperazione si sviluppa in modo molto più accentuato negli animali che sono anche più intelligenti, più capaci di memoria.Le facoltà mentali sono strettamente legate a quella che è l’evoluzione biologica generale delle varie specie. 

Passando a parlare dell’uomo, quello che si può ricostruire dell’evoluzione basandosi sui reperti antropologici, il primo adattamento particolare dal punto di vista anatomico che differenzia l’uomo dagli scimpanzé è la postura eretta che è tipica degli Austrolopiteci, una postura eretta che non è ancora la tipica postura dell’uomo moderno. Osservando uno scheletro di un austrolopiteco si osserva che il torace permette una pancia a botte, è un segno che è un individuo vegetariano che ha bisogno di un lungo intestino per digerire i vegetali di cui si alimenta. Guardando invece uno scheletro di un Humus erectus, che risale a circa un milione e ottocentomila anni fa, si osserva già il pieno adattamento della postura eretta e dall’analisi della struttura si può dedurre quasi con certezza che questo fosse completamente adattato alla caccia, il che significa avere a disposizione proteine ad alto valore proteico, un intestino molto più corto e quindi dedicare molta più energia allo sviluppo del cervello. Il tessuto cerebrale, è un tessuto biologicamente estremamente costoso, in termini energetici consuma nove volte di più di qualsiasi altro tessuto corporeo, quindi avere un grosso cervello è un lusso dal punto di vista biologico e può essere permesso solo con l’adattamento a diete ricche di proteine.

Sul National Geographic si sono divertiti a fare anche il calco dell’aspetto di quest’uomo di un milione e ottocentomila anni fa, un’ominide che ha una capacità cranica che è circa la metà di quella dell’uomo moderno, però dal punto di vista della struttura anatomica e postura eretta assomiglia in tutto e per tutto all’uomo moderno e se lo incontrassimo per la strada con il berretto calcato sulla fronte potrebbe benissimo essere scambiato per uno di noi. Una peculiarità della postura eretta è quella di portare con se un bacino molto più stretto rispetto ad uno di uno scimpanzé. Questo fatto determina la difficoltà del passaggio del neonato e ciò comporta la nascita di un neonato possibilmente prematuro bisognoso di cure materne.

L’adattamento alla caccia, nell’uomo, non poteva che essere un’attività di cooperazione, di attività sociale. L’uomo non ha strumenti naturali, non ha zanne, non ha artigli per catturare le altre prede, quindi deve cooperare ed eventualmente usare strumenti. La cooperazione in un gruppo di animali dove ci sono più maschi e più femmine, se osserviamo in quello che succede nei nostri chiamiamoli cugini scimpanzé, nel momento in cui le femmine entrano in estro, cioè diventano feconde, si scatena tra i maschi una competizione molto acerrima per il possesso delle femmine. Ora questo va contro la necessità di cooperare per la caccia. Bisognava trovare un sistema per ridurre la possibilità di competere per le femmine. In oltre le femmine che partoriscono figli immaturi, che hanno bisogno di cure, non possono seguire gli uomini alla caccia che comporta lunghi percorsi e grandi fatiche. E allora avviene quella che è una differenziazione delle attività, le donne rimangono nel campo base eventualmente difeso, finché gli uomini vanno a caccia. Al loro ritorno vi sarà la distribuzione del cibo. Questa commensalità della distribuzione del cibo è una caratteristica della sola specie umana, nessun altro animale condivide il cibo con altri individui come fa l’uomo.

E qui sorge un altro problema, le donne devono assicurarsi che almeno un cacciatore dia loro la carne, e quindi nasce quello che potremmo chiamare una suddivisione, una spartizione degli uomini tra le femmine. Anche gli scimpanzé maschi cacciano piccoli animali, ma usano la carne per ricevere favori o per ottenere sesso. Queste situazioni permettono di fare delle ipotesi sul perché l’uomo è diventato più intelligente rispetto gli scimpanzé. Una delle ipotesi più interessanti dice che, come nel caso delle api, quando avviene un adattamento particolare, allora c’è una specie di scatto nelle capacità mentali dell’individuo che deve abituarsi a questo nuovo adattamento biologico generale. Nel caso dell’uomo, questo scatto è rappresentato dal passaggio dalla condivisione delle femmine e quindi competizione tra i maschi, a quella che si potrebbe chiamare un tipo di monogamia sociale.

Ci sono molte specie di animali che sono monogami e spesso gli animali dei due sessi sono simili. Normalmente la dove c’è invece una poligamia, cioè un maschio si accoppia con più femmine, il maschio è più grosso, più variopinto, più appariscente della femmina. Nell’uomo, essendo il maschio normalmente un 15% in media più pesante della donna, si dice che c’è una monogamia limitata e una polìgenia limitata. Nelle specie monogame di animali, quando formano coppie, ci sono dei rituali che assomigliano molto alla coppia dell’uomo, scambio di baci, il maschio porta doni alla femmina, ecc. Per evitare la competizione, la coppia monogama di tutti gli animali si isola, non solo, ma sia il maschio che la femmina hanno la stessa attività nel procurasi il cibo. Ecco allora che nasce quello che in termini moderni si può chiamare “il matrimonio”. Cioè una spartizione di maschi fra le femmine e le femmine fra i maschi, che venga riconosciuta da tutti i membri della comunità, cioè la formazione della coppia diventa un patto sociale che deve essere riconosciuto da tutti gli altri membri del gruppo.

Che cos’è che con il linguaggio delle scimmie attuali è impossibile esprimere; è impossibile esprimere il futuro, cioè l’impegno per un comportamento futuro. Quello che è l’inizio di un pensiero simbolico. Nel pensiero simbolico, quello che è importante è la combinazione tra simboli. È probabile che all’inizio questa espressione simbolica sia stata fatta da movimenti, da rituali, da forme di danza, da mimi e cose di questo tipo che a poco a poco hanno coinvolto anche la vocalizzazione. L’adattamento all’emissione della varietà dei suoni che i soggetti umani sono in grado di fare è un altro adattamento dal punto di visto biologico estremamente costoso. Ci sono tutta una serie di adattamenti che sono conseguenza e nello stesso tempo anche produttori sia di capacità mentali, sia di adattamenti anotomofisiologici.

Ora, come in realtà nei dettagli questo sia avvenuto, per il momento nessuno lo sa, quindi questa è non una favola, ma una ipotesi sull’evidenza che attualmente si ha e che potrà essere meglio definita o addirittura completamente sovvertita da nuovi ritrovati.